NATSUO KIRINO: UNA STORIA CRUDELE



Viaggio nel passato di una vicenda irrisolta catturati dall'oscurità della psicologia umana e dall'incapacità di distinguere tra realtà e finzione.

Questo non è il racconto di un viaggio geografico ma di un viaggio mentale e interiore, guidati da un'autrice orientale che saprà catturare la vostra attenzione lasciandovi intrigati e confusi, come spesso capita anche nei nostri amati viaggi a confronto con realtà diverse e sconosciute.
Vi capita mai di avere nel cuore un viaggio in modo davvero speciale? Tanto che gli odori, i suoni, le immagini sembra siano scolpite a fondo nei vostri ricordi. Uno tra i viaggi che inaspettatamente mi ha toccata di più è stato il mio recente viaggio in Giappone, terra di contrasti dal fascino sottile ma sconvolgente, che ha lasciato dentro di me la voglia di averne di più di questa terra lontana e contraddittoria.
Per ora curo la mia melancolia giapponese dedicandomi alla per me meno nota letteratura contemporanea giapponese. 
La mia ultima conquista è stata il romanzo di Natsuo Kirino, Una storia crudele, divorato in un paio di giorni è cresciuto come una eco potente dentro di me. La sera in cui l'ho finito ho sognato le vicende dei personaggi, e ho pensato per giorni a loro, alle loro dinamiche, e a quanto la storia mi abbia lasciato insoddisfatta e allo stesso tempo intrigata da questa nostra natura umana difficile da comprendere davvero, dal sottile limite che c'è tra la realtà e l'immaginazione, sul potente potere della mente umana e sulle capacità della scrittura: mezzo per raggiungere la verità o per allontanarla e ingarbugliarla ancora di più.
Non avevo mai sentito parlare di questa autrice fino a quando una mia amica non mi ha mostrato un suo recente acquisto, Le quattro casalinghe di Tokyo, purtroppo smarrito dalla biblioteca locale: spinta dalla fretta dell'inclemente orario di chiusura ho optato per un'altra opera sempre della stessa autrice. Kirino è una delle più famose scrittrici giapponesi contemporanee, la quale dopo un esordio nella letteratura rosa passa ai gialli e ai cosiddetti hard boiled, gialli che si differenziano dal modello classico per una rappresentazione molto realistica del crimine, del sesso e della violenza.
Il suo romanzo più famoso è proprio Le quattro casalinghe di Tokyo, che spero di leggere al più presto.
In  Una storia crudele l'autrice narra la vicenda di Kouimi Narumi, scrittrice trentacinquenne scomparsa improvvisamente dopo aver lasciato un manoscritto autobiografico. Kouimi Narumi è in realtà Keiko, bambina sequestrata per più di un anno all'età di dieci anni, da uno sfuggente individuo di nome Kenji. Dopo il suo salvataggio la bambina si chiude in un impenetrabile silenzio, senza mai raccontare a nessuno cosa successe durante quei lunghi mesi di prigionia. Ora, in concomitanza con la messa in libertà vigilata del suo ex carceriere, Keiko decide di raccontare tutta la verità sull'oscura vicenda che la vide protagonista. In una sorta di meticoloso diario storico la scrittrice racconta nei minimi dettagli la sua versione della storia. La scrittura di Kirino è semplice e diretta, priva di fronzoli. Il suo stile disadorno e la grande attenzione per la psicologia dei personaggi portano il lettore ad abbassare le difese e a fidarsi ciecamente del narratore: è proprio a quel punto che Kirino interrompe il silenzioso patto stabilitosi tra lettore e narratore e ci lascia nel dubbio e nell'incertezza. Davvero quello che racconta Keiko è la pura e semplice verità? Ed è la scrittura l'unico mezzo per rappresentare questa verità al meglio, senza distorsioni e storpiature? O è forse invece un altro sottile artificio per presentare la realtà come meglio crediamo anche a costo di allontanarla dalla "pura e semplice verità". E in fin dei conti la realtà è davvero rappresentabile in maniera univoca e "vera" o non è piuttosto un insieme di inseparabili chiaroscuri dai quali non è possibile trarre un'unica versione?
Per Keiko pare essere così, dopo averci raccontato tutta la vicenda per come era andata esattamente, dopo averci fatto credere alle sue parole e aver visto il suo triste declino da ordinaria bambina a "creatura sessuale" incompresa e solitaria, ecco che ci dà un'altra versione della storia. Tutto ciò che è stato appena narrato non è la verità, perchè la protagonista per quanto ci provi "non riesce assolutamente a scrivere la verità".  La storia di un rapimento, ma anche di un amore, che tuttavia non è in grado di rendersi indipendente dal mondo esterno che la piccola Keiko non riesce a smettere di desiderare. L'amore tra una bambina e il suo rapitore, un amore che nasce tra le mura di una casa murata ma che non può vivere nel mondo della realtà esterna. E tutto il romanzo è permeato di ambiguità, di differenti punti di vista, dal procuratore che cerca di far luce sulla vicenda ma è in realtà ambiguamente affascinato dai fatti, alla sfuggente figura di Yatabe, personaggio reale o immaginato, spettatore crudele dell'intera vicenda.
L'opera inizia e finisce con due lettere: la prima di Kenji, indirizzata a Kouimi Narumi, la seconda del marito della scrittrice, nella quale viene ulteriormente messa in dubbio la veridicità del narrato.
Si rimane così invischiati in una storia crudele, incapaci di capire a fondo la complessità emotiva della vicenda e insinuati dal dubbio che anche la nota finale non sia la verità pura e semplice. Forse perchè consapevoli dell'impossibilità di rappresentare con assoluta veridicità la complessità del reale e dell'animo umano.

Se avete letto romanzi, di autori giapponesi e non, lasciatemi un commento qui sotto, sarò contenta di confrontare e arricchire le mie letture!


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